Benvenuti nel mondo di "Quota 2000"

Ciao!!!

Mi chiamo Giovanni Mazzanti, Giò per gli amici. Sono l'autore del libro "QUOTA 2000 - Escursioni sulle dieci più alte vette dell’Appennino Tosco-Emiliano tra natura, storia e ricordi ".

Un libro che vi ha guidato alla scoperta delle bellezze dell'alto Appennino Tosco-Emiliano.

E' una terra meravigliosa, che sa sempre stupire e incantare chi è disposto a visitarla con amore e rispetto.

In questo sito ci sono tutte le informazioni sul libro "QUOTA 2000".

E' una specie di "curriculum vitae": per suggerimenti e contatti, scrivetemi all'indirizzo e-mail mazzanti.giovanni@gmail.com.

Ma visto che ormai il libro è esaurito... voglio allargare gli orizzonti e far diventare questo sito il diario delle mie escursioni più recenti in Appennino e sulle Alpi.
Per condividere con chi ama la montagna le emozioni sempre nuove che sa regalare...

Buon divertimento e... ci vediamo sul crinale!
P.S.: IL SITO HA SUPERATO ANCHE QUOTA 23000 VISITE!!!!
Ventitremila grazie a tutti i visitatori, anche se - come sempre - non per questo il nome del sito cambierà...

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Subito sotto a questa sezione introduttiva, trovate "UN VIDEO dalla MONTAGNA". Immagini girate sulle nostre montagne che hanno lo scopo di far conoscere e promuovere turisticamente l'Appennino Tosco-Emiliano e le Alpi.

Dopo un lungo silenzio, e dopo la Ferrata del Monte Contrario, eccovi la piccola impresa compiuta con l'amico Massimo Salicini il 29-30/09/2014: salita al Breithorn Occidentale (4165 m) da Cervinia (2050 m) con pernotto al Rifugio Guide del Cervino alla Testa Grigia (3480 m). Potremmo definirla in breve: "più forti della sfiga"....
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Subito dopo "UN VIDEO dalla MONTAGNA", eccovi la rubrica musicale "MUSICA e MONTAGNA" per unire idealmente montagna e musica: un video musicale fra i miei preferiti. Anche voi potete proporre video-musicali scrivendo all'indirizzo e-mail mazzanti.giovanni@gmail.com

Godetevi ora il video "artigianale" girato dal sottoscritto al Concerto di Ligabue, Stadio Dall'Ara di Bologna, 13/09/2014. Io e la mia "piccola-grande cucciola" ci siamo divertiti alla grande con la musica del Liga.
Buona musica, dunque, e Buona Montagna!
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Gio, Danilo, Mauro, Rita, Sara sul M.Sirente (2348 m, Abruzzo) 17.05.2015

Con Mauro Pini e 2 m di neve nella Valle del Silenzio (6/3/2015)

lunedì 19 gennaio 2015

Completo primavera-estate 2014: Giganti d'Abruzzo


Continua l'amarcord fuori tempo massimo dell'estate 2014, ma sono un testone e quindi... non mollo.
Passo allora alla 3 giorni e mezzo in Abruzzo con Mauro Pini dal 18 al 21 agosto 2014. Tre giorni (e mezzo) di sfida ai Giganti d'Abruzzo: Maiella (2793 m) e Gran Sasso (2914 m).
Tre giorni perfetti. Solo una mezza giornata sacrificata al maltempo, che già ci aveva impedito - intenzione originaria - di realizzare il "piano A", cioè dare l'assalto ai giganti "over 4000" della Val d'Ayas nel massiccio del Rosa.
Sfumato anche il "piano B" (Alpi Giulie), sempre per il cattivo tempo su tutto l'arco Alpino da occidente a oriente, abbiamo ripiegato sul "piano C", l'Abruzzo.
Ma è stato tutt'altro che un ripiego: infatti i Giganti d'Abruzzo non ci hanno deluso...
Partiti il 18 agosto in auto ben prima dell'alba - come doveroso, vista la lunghezza del tragitto stradale - abbiamo subito dato l'assalto alla Maiella, avviandoci di buon passo dal parcheggio della Maielletta (1890 m circa) in direzione del Monte Blockhaus.
L'itinerario ci ha subito svelato le bellezze selvagge dell'impervio massiccio della Maiella: un gigante di pietra e di roccia sdraiato tra le valli del Pescara e del Sangro, sulle quali irradia verso il basso, da ambo i lati, ripidissimi e pressoché inaccessibili valloni - le "Rave"- e che domina dall'alto con la sua lunghissima e sinuosa cresta.
Tempo splendido, sole cocente, caldo anche in quota, vento quasi impercettibile - almeno all'inizio...
Attraversata l'enorme "mugheta della Maiella" e ritrovata la Tavola dei Briganti (ove quelle "birbe" hanno inciso nei secoli scritte e graffiti a monito dei viandanti), ci siamo inerpicati sui ripidi gradoni di calcare fino al Bivacco Fusco, in posizione panoramica sull'Anfiteatro delle Murelle, un grande catino glaciale dominato dai pietrosi Monte Acquaviva (2737 m) e Monte Focalone, e dalla rocciosa Cima delle Murelle.
Dopo una breve pausa abbiamo proseguito senza indugio - visto il dislivello e la lunghezza complessivi dell'itinerario, 1200 m su 15 km circa di continui saliscendi - salendo il Monte Focalone e proseguendo sull'altalenante ed esile cresta dei Tre Forconi, tra pietraie e rocce.


Unica compagnia qualche raro escursionista e - ben più numerosi - tanti camosci della Maiella, stranamente per nulla intimoriti dalla nostra presenza. Il tempo bello e stabile rendeva splendida la vista su ogni lato, anche se proprio allora iniziava a farsi sentire quello che sarebbe poi stato un fastidioso compagno dell'ultima parte della salita e della permanenza in cima: il vento.
Superati i tre forconi, ecco finalmente ben visibile la grande sagoma tondeggiante del Monte Amaro (culmine della Maiella, con i suoi 2793 m).
Sulla sua cima un punticino rosso: il Bivacco Pelino, nostro albergo per il pernottamento, le cui dimensioni ancora risibili la dicevano lunga sulla strada che rimaneva da percorrere.


Il selvaggio spettacolo della natura si completava con splendide fioriture sui radi prati disseminati qua e là tra le pietraie: ecco finalmente le preziose Stelle alpine della Maiella, irripetibile endemismo floreale di queste giogaie.

Dopo un lungo traverso su una cengia di sapore pseudo-dolomitico, eccoci di fronte alla salita finale per la vetta del Monte Amaro.
E qui il vento ha iniziato a sferzarci, impietoso nonostante le 5 ore e passa di impegnativo cammino già trascorse.

E così è stato davvero con sollievo che abbiamo raggiunto la cima e ci siamo rifugiati dentro la "sfera spaziale" del Bivacco Pelino, dove - prima ancora di mangiare quello che doveva essere il nostro pranzo - ci siamo infagottati nei sacchi a pelo per recuperare un minimo di tepore, e con quello un'accettabile benessere corporeo.
Ancora una sopresa: il bivacco non era deserto, e a sera ci saremmo ritrovati in compagnia di altri nove escursionisti: un signore romano in solitaria, un autoctono "sky-runner" abruzzese, cinque ragazzi forlivesi e due giovani di Caserta che hanno condiviso con noi un'eccellente bottiglia di vino rosso - quale? Proprio non ricordo, chissà perché la memoria si fa di nebbia al riguardo...
Tutti ci siamo goduti lo spettacolo incomparabile del tramonto: cielo quasi sereno a 360 gradi, con in bella vista la linea costiera, l'azzurro del mare Adriatico e tutte le principali catene montuose dell'Abruzzo e oltre, fino ai Monti Sibillini.

Poi un'improvvisa nuvola salita dal basso si è frapposta fra noi e il disco solare, creando un effetto sublime e quasi mistico con la croce di vetta, che abbiamo chiamato - in modo irriverente ma non troppo, data l'atmosfera "ieratica" del momento - "la resurrezione di Cristo"...






Poi via, tutti al caldo - si fa per dire - dentro il Bivacco Pelino: e quel vino che ho già citato ha davvero riscaldato l'ambiente, grazie anche alle mitiche "minestrine" preparate al momento dai ragazzi forlivesi con provvidenziali fornellini a gas.

La notte è stata molto meglio del previsto: nonostante il vento infuriasse fuori e si facesse sentire a tutto volume anche dentro, il calduccio del sacco a pelo mi ha regalato varie ore di sonno. Ma la luce che si insinuava dagli spifferi ci ha ricordato che non potevamo perderci l'alba sulla Maiella...

E l'alba, fredda e ventosissima, ci ha ricompensato regalandoci - se possibile - una vista ancor più ampia: il grande arco della costa adriatica dal Conero al Gargano si delineava sempre più nitido sotto i nostri occhi. All'orizzonte, tra le nubi lontane, al sorgere del disco solare per un attimo è apparsa la frastagliata linea dei monti della Croazia. E più vicino, in mezzo al mare, ecco le piatte sagome delle Isole Tremiti!

Ancora un'oretta ad indugiare dentro il sacco a pelo - anche per recuperare il calore corporeo dopo il gelo del vento - e poi via, colazione e partenza in direzione dell'obiettivo della seconda giornata, 19 agosto 2014: la Cima delle Murelle (2596 m), un aspro contrafforte roccioso in posizione dominante sull'omonimo anfiteatro (v. sopra).

Tutto bene fino a quando - in una solitudine ancor più totale del giorno precedente, rotta solo dai camosci - abbiamo raggiunto la vetta, seguendo un'esile "traccia-non traccia" rigorosamente non segnata.
Qui, mentre ci concedevamo uno spuntino, abbiamo cominciato a notare delle nere nubi che dal lontano tratto di orizzonte sopra il Monte Velino si allungavano verso di noi. "Sono ancora distanti, ma meglio tornare sui nostri passi", ci siamo detti. E infatti...
A quel punto si è scatenata tra noi e le nubi una lotta a chi arrivava per primo: noi al Bivacco Fusco, loro sopra le nostre teste...

Hanno vinto le nuvole, le quali - nonostante procedessimo a marce forzate - in un tempo incredibilmente breve ci si sono trovate sul capo e ci hanno investito con raffiche di vento che quasi ci buttavano al suolo impedendoci di proseguire.

Qualche goccia di pioggia sembrava anticipare il peggio, ma alla fine la montagna ha partorito un topolino: come d'incanto tutto si è acquietato, e addirittura nell'ultima parte della discesa ci siamo dovuti sorbire un caldo infernale!

Neanche il tempo di arrivare alla macchina e via, verso Campo Imperatore e la meta del terzo giorno, 20 agosto 2014: il Corno Grande del Gran Sasso, massima elevazione dell'Appennino.

Ci siamo accampati presso il Rifugio Fonte Vetica, all'estremità sud-orientale di Campo Imperatore, montando con grande professionalità l'eccellente tendino biposto di Mauro.


Una cena sontuosa a base di specialità abruzzesi nel ristorante del rifugio, una bella dormita - rispetto al Bivacco Pelino la tenda sembrava un "Resort" alle Maldive - e il giorno dopo ci siamo diretti di gran carriera all'estremità nord-occidentale dei 22 km della lunare piana di Campo Imperatore, mentre all'orizzonte già si profilava imponente la sagoma del Corno Grande, una specie di Sassolungo appenninico appoggiato sul fondo erboso della piana.


Una volta arrivati all'hotel Campo Imperatore - nel 1943 prigione di Mussolini, come molti sanno - con passo deciso ci siamo diretti verso il Corno Grande, con l'obiettivo di salire lungo le ripide pareti del versante sud, seguendo la "Direttissima del Gran Sasso", via alpinistica con passaggi fino al II grado, con possibilità di assicurazione assai scarse.


In poco più di due ore - questa volta tutt'altro che in solitudine - abbiamo raggiunto la vetta, ben più frequentata della Direttissima dato che in cima al Corno Grande si può arrivare seguendo altre due vie, pur se meno impegnative: la via delle Creste e la via Normale.

Splendido il panorama dalla vetta: in particolare, per un appassionato di Glaciologia come me è assolutamente da segnalare la vista del piccolo Ghiacciaio del Calderone, il più meridionale d'Italia - e l'unico dell'Appennino - che ancora resiste, seppure a fatica, alle ingiurie del riscaldamento globale.

Per la discesa abbiamo scelto la via Normale, seguendo a ritroso la processione di escursionisti e di gitanti che salivano verso la vetta, dotati spesso di attrezzatura assai dubbia...



Nella discesa ci siamo comunque gustati la vista alpestre del Corno Piccolo e degli ampi pianori erbosi tra Monte Intermesoli e Monte Corvo.


Ancora spettacolo per le meravigliose fioriture, con in evidenza genzianella e semprevivo.


Due fantastiche birre ghiacciate, imperlate dell'immancabile velo di umidità e con la superficie ricoperta da una soffice schiuma, ci hanno dissetato alla grande al Rifugio Duca degli Abruzzi, dal quale nel primo pomeriggio ci siamo anche goduti di lontano il tracciato della "Direttissima" da poco violata.



Una ripida e rapida discesa ci ha riportato all'Albergo Campo Imperatore.
Di qui siamo ritornati verso Fonte Vetica, ma non prima che Mauro desse un saggio delle sue doti di "ultimate driver" guidando a palla il suo "Freelander" su di un tratturo polveroso e solcato da profondi scannafossi, alla ricerca della mitica "Via dei Laghetti" per la salita al Monte Prena.

Giunti al Rifugio Fonte Vetica, già pronti per il giorno seguente, abbiamo ispezionato il tratto iniziale del percorso che il quarto giorno, risalendo l'erboso vallone di Vradda, doveva condurci in vetta al Monte Camicia (2564 m), detto "l'Eiger dell'Appennino" per la sua altissima e vertiginosa parete nord che incombe sul paese di Castelli.

Serata con doccia e cena al Rifugio, disturbata solo da una musica infernale stile "Disco" dalle 23 in poi... roba da matti per escursionisti "doc" come noi.

Ed eccoci infine al quarto giorno, 21 agosto 2014: conclusosi con un nulla di fatto, escursionisticamente parlando, perchè - ironia della sorte e del nome... - il Monte Camicia si è presentato incappucciato fin dalle 6 di mattina, con un vento teso e freddo che spazzava la piana del rifugio da ovest.

Abbiamo così deciso di far su armi e bagagli e tornarcene a Bologna, non prima però di avere scandagliato in auto il versante nord del Gran Sasso, passando per Castelli e altri borghi.

Giovanni Mazzanti






martedì 14 ottobre 2014

Completo primavera-estate 2014 - Luglio, Apuane: la Tambura da Resceto


Continuo nell'arduo tentativo di recuperare il tempo perduto e rivangare i tanti bei momenti vissuti la scorsa primavera-estate in compagnia tra i monti!
Proseguo dunque ancora con le Alpi Apuane e l'anello Resceto (482 m) - Via Vandelli - Rifugio Nello Conti (1442 m) - Tambura (1890 m) - Passo Foco
laccia (1645 m) - Resceto portato a termine insieme a Sara Frabetti, Pamela Ferrari e Mauro Pini il 3-4 luglio 2014: una piccola ma combattiva delegazione del CAI B
ologna in trasferta nel territorio del CAI di Massa.
Partenza da una calda e afosa Bologna alle 16:30 del pomeriggio del 3 luglio: il ritrovo è presso l'Antistadio e qui Gio - il sottoscritto - e Pami, con i loro pesanti zaini, rischiano subito di farsi stirare dalle auto alla mini-rotonda all'angolo con Via dello Sport...
Dopo due ore e mezza di viaggio reso piacevole dalle chiacchiere e dalla buona musica dello stereo di Mauro - con Pink Floyd e Vasco a farla da padrone - arriviamo sulla verde costa Versiliese in quel di Massa e risaliamo la boscosissima ed angusta valle che si insinua tra le propaggini dei Monti Alto di Sella e Tambura salendo verso il piccolo borgo di Resceto. Le Apuane incombono su di noi severe e imperiose, quasi a ricordarci che sì, abbiamo deciso di sfidarle con questa inusuale salita serale ma ... ce la dovremo sudare tutta.
E in effetti non fa una grinza: l'umidità che avevamo lasciato a Bologna è poca cosa rispetto alla pesantissima umidità che troviamo nello stretto fondovalle, percorso da un torrente dalle acque verdissime e trasparenti che spumeggia ansioso di ricongiungersi al mare - questa è un po' da romanzo d'Appendice, ma non la cancello...
Lasciata l'auto in una piazzetta quieta e panoramica sulla quale si affacciano le ultime case di Resceto Alta, ci incamminiamo senza indugio lungo la Via Vandelli: sono le 19:30 e se vogliamo arrivare al Rifugio Nello Conti in tempo per una pasta "last minute" non abbiamo un attimo da perdere. E nonostante l'afa e il viaggio, saliamo decisi e maciniamo strada.
L'asfalto finisce quasi subito, lasciando il posto prima a uno sterrato, quindi all'antico e regolarissimo selciato della settecentesca Via Vandelli (http://it.wikipedia.org/wiki/Via_Vandelli): un'opera di alta ingegneria per quei tempi, realizzata a cura dell'abate e ingegnere modenese per suggellare il matrimonio tra Ercole d'Este - figlio di Francesco III Duca di Modena - e la Principessa Maria Teresa Cybo-Malaspina, ultimo virgulto della nobile casata decaduta dei Malaspina (il cui castello si erge ancora orgoglioso e austero nella non lontana Fosdinovo, al confine tra Versilia e Lunigiana).
E anche il panorama cambia quasi subito: il bosco lascia il posto a ripidissimi prati frammisti a pietre che ricoprono gli scoscesi e dirupati versanti che precipitano a valle dai gioghi apuani, con rade macchie di faggio qua e là.
Il luogo è assai suggestivo. Il silenzio magico è rotto - oltre che dal ronzio delle mosche... - da uno scampanio e da un movimento inatteso:
un grosso gregge di capre scende rapido dai monti snodandosi lungo una traccia invisibile sul versante opposto della valle, guidato dai fischi acuti del giovane pastore e dall'instancabile correre e rincorrere di un piccolo e attivissimo cane pastore, che stana e convince anche gli esemplari più irriducibili a tornare all'ovile.
Così com'è arrivato, quasi per magia il gregge scompare e il silenzio (e l'afa...) ritornano a dominare la scena.
E noi continuamo imperterriti a salire lungo le ripide e costanti rampe della Via Vandelli, guadagnando rapidamente terreno. In un'ora e mezza siamo già al "Casone" - 1145 metri sul livello del mare - una piccola e graziosa capanna-riparo di pietre a vista e travi di legno, dove ci concediamo una breve pausa, un sorso d'acqua e una prima foto quasi di gruppo.
Proseguiamo senza indugio mentre il sole si nasconde dietro gli aspri dirupi delle Apuane e le prime ombre della sera calano sulla vallata.
Mano a mano che guadagniamo quota, l'afa cala e dalle alte giogaie che ancora ci sovrastano ecco finalmente le prime raffiche di vento, a rendere la salita più piacevole.
In lontananza verso il mare si staglia ben visibile - nonostante la foschia - la linea costiera, che disegna i familiari contorni della riviera toscano-ligure: da Massa e Carrara a La Spezia, con la Foce del Magra, il promontorio di Montemarcello, il Golfo di Lerici, la penisola di Portovenere e le isole di Palmaria, Tino e Tinetto.
Ancora un ultimo sforzo ed ecco - rannicchiata ai piedi del Monte Alto di Sella e quasi nascosto tra le aguzze sagome rocciose dei Campaniletti - la rossa costruzione del Rifugio Nello Conti (http://www.ilbivacco-toscana.it/rifugio_nelloconti).
Sono le dieci, il che significa che abbiamo coperto i quasi 1000 metri di dislivello da Resceto al Rifugio in due ore e mezza: davvero niente male, anche perché lo zaino è quello da due giorni di escursione con pernotto! E le "girls" si sono difese alla grande: altro che sesso debole...
Ci asciughiamo il sudore guardando le luci di Massa che si accendono verso il mare e annegano nel buio della notte, e la falce della luna che si staglia nel cielo limpido, senza nuvole.
Poi con entusiasmo - e con una fame da lupi! - ci sediamo a tavola. Il giovane e bravo rifugista ci ha preparato delle favolose penne al pomodoro e alla santoreggia delle Alpi Apuane: una profumata erba officinale, il cui nome a torto evoca effluvi di ben altro tipo rispetto al suo odore intenso e piacevole... L'abbondante vino rosso rende la cena ancor più gustosa e allegra.
Un buon sonno ristoratore e l'indomani sveglia di buon mattino.
Purtroppo il tempo è decisamente più cupo e grigio del giorno precedente: il sole fatica a farsi strada tra le nubi basse, e un vento teso spira da Ovest, dal mare.
Ci incamminiamo lungo il ripido sentiero che risale verso la Focetta dell'Acqua Fredda, tra prati stentati, rocce grigie e i manufatti residui dell'attività estrattiva del marmo, che qui in Apuane segna pesantemente il paesaggio.
Superato agevolmente qualche facile tratto attrezzato giungiamo alla Focetta (1575 m circa), da dove la vista si apre anche sul versante Garfagnino e sulla linea ondivaga dell'Alto Appennino Tosco-Emiliano.
Volgiamo le spalle al severo profilo roccioso del Monte Alto di Sella (1725 m) e aggirando il Monte Focoletta (1678 m) ci dirigiamo verso il Passo Tambura (1634 m). Giunti senza problemi al Passo, ecco che di fronte a noi appare il Monte Tambura (1890 m), sempre più vicino passo dopo passo.
In breve, muovendoci lungo l'aereo ed assai panoramico filo della cresta Sud - in vista costante del versante Garfagnino e di quello Versiliese - siamo in vetta alla Tambura, spazzata dal vento e da qualche goccia di pioggia.
Un breve spuntino e uno sguardo un tantino preoccupato alle nubi nere che avanzano verso di noi dal mare: il tempo è decisamente peggiore delle "innocue velature" garantite dalle previsioni meteo...
Senza indugio scendiamo lungo la cresta Nord-Ovest della Tambura, sempre assai panoramica, in direzione del Passo della Focolaccia (1645 m). Davanti a noi la scena è dominata dalle sagome imponenti del Monte Pisanino (1946 m) a destra e del Monte Cavallo (1890 m) di fronte. Al Passo sale ripida dal versante Garfagnino la strada marmifera che conduce alle cave della Focolaccia, per poi scendere precipite nel versante Versiliese.
Giunti al Passo - pesantemente segnato dalle strutture e dalle cicatrici dell'attività estrattiva del marmo - si mette a piovere di stravento. Allora, zigzagando al piccolo trotto tra blocchi di marmo bianchissimo che contrastano con il nero delle nubi, guadagnamo il vicino Bivacco Aronte, che capita proprio a fagiuolo, offrendoci un riparo dalla pioggia e un posto tranquillo per il pranzo.
Dopo il pranzo, neanche a farlo apposta la pioggia cessa. Ne approfittiamo per ispezionare il tratto iniziale del sentiero CAI 167 che - secondo il progetto originario - doveva portarci per la discesa in un nuovo versante, quello della "Valle degli Alberghi": giunti alla sella che domina la valle scartiamo però senz'altro questa opzione, perché la pioggia ha reso assai infidi i ripidi versanti erbosi lungo i quali scende il sentiero 167.
Scegliamo allora la "marmifera" che scende tortuosamente ma più direttamente verso Resceto. E qui poco ci manca che lasciamo questa valle di lacrime travolti da giganteschi blocchi di marmo che una ruspa fa rotolare a valle tagliando i tornanti della strada senza troppo preoccuparsi - forse anche per il tempo pessimo - degli eventuali escursionisti...
Restiamo lievemente basiti...
E decidiamo quindi per prudenza di abbandonare anche la marmifera e di scendere a rotta di collo lungo il sentiero CAI 166, la via più diretta per Resceto, anche perché nel frattempo il meteo è decisamente migliorato: il sole torna a far capolino e l'erba si asciuga rapidamente.
Il sentiero 166 scende a valle con andamento quasi precipite, ora su lastroni lisci di marmo grigio e bianco, ora tra pietraie e prati scoscesi. Ripercorre in parte le cosiddette "Vie di Lizza" lungo le quali i cavatori facevano scivolare i giganteschi blocchi di marmo verso valle, quando ancora i mezzi meccanici erano di là da venire.  
Mano a mano che si scende il sole fa la voce grossa, e l'afa e il caldo tornano a farsi sentire.
Dobbiamo procedere con attenzione, perché il sentiero - sempre regolarmente segnato - è però un'esile traccia che ci dobbiamo quasi inventare tra prati pensili, lastroni e pietraie.
In breve il caldo diventa opprimente, ma in base alle previdenti indicazioni di Mauro abbiamo ancora scorte abbondanti di acqua, e di tanto in tanto ci concediamo una sorsata abbondante quanto rigenerante.
E finalmente giungiamo sul fondovalle, in vista del serpente pietroso della Via Vandelli, e il sottoscritto pensa bene - forse perché stranito dal caldo - di mettersi nei guai in "zona Cesarini" lasciando il sentiero segnato per una breve quanto ripida scorciatoia verso lo sterrato ormai vicino: allo sterrato ci arrivo, sì, ma franando a valle e dando modo al duro calcare Apuano di lasciarmi un marchio indelebile sul braccio nudo, che prende a sanguinare copiosamente... Ecco un altro uso assai utile dell'acqua rimasta: lavare la ferita...
Siamo tutti piuttosto cotti, ma con un ultimo sforzo percorriamo lo sterrato finale che ci riporta a Resceto.
E' il primo pomeriggio e ora il sole beffardamente - e quasi prendendoci in giro dopo la pioggia sferzante del Passo della Focolaccia - è tornato a picchiare come un fabbro.
Ci ricomponiamo e scendiamo fino a Guadine, dove ci concediamo un mega-panino al prosciutto e formaggio innaffiato da una bella birra fredda gelata.
E poi via, giù verso Massa, e poi in autostrada.
Prima di quanto ci aspettiamo, siamo già a casa...

Giovanni Mazzanti






mercoledì 24 settembre 2014

Completo primavera-estate 2014 - Maggio, Apuane: la Tambura da Campocatino

E' appena iniziato l'autunno e sono indietro come i meloni con l'aggiornamento delle escursioni nel periodo primavera-estate...
Sarà il caso di mettersi in pari!
Cominciamo allora con le Apuane e l'anello Campocatino (1050 m)  - Tambura (1890 m) portato a termine insieme a Mauro Pini il 9 maggio 2014.
Ritrovo al mattino presto, l'autostrada ci aspetta buia e deserta.
Quando albeggia, ci concediamo un caffè al Passo della Cisa e lo accompagnamo con delle memorabili paste alla crema.
La crema gialla, squisita e strabordante piace anche al pavimento...
Arriviamo alle otto che fa già caldo: la giornata è stupenda.
Partiamo dall'assolato e caratteristico borgo in pietra e marmo di Campocatino a poco più di 1000 m di quota sul versante Garfagnino delle Apuane.
Il borgo prende il nome da un verdeggiante circo glaciale del quaternario annidato ai piedi del Monte Roccandagia (1717 m).
Superate le ultime case, il sentiero sale deciso. Prima tra prati, poi tra boschi di faggio dal fondo pietroso.
Quindi, con uno scorbutico traverso cambia direzione portandosi nel ripido vallone delimitato dal versante nord della Tambura e dal versante est del Pisanino.
Il vallone è segnato dalle cave di marmo ed echeggia dei suoni monotoni delle macchine operatrici al lavoro.
Verso l'altro si vede, subito sopra il limite della vegetazione d'alto fusto, l'ampio e irregolare pendio inclinato della Carcaraia: un deserto d'alta quota di roccia calcarea disseminato di inghiottitoi.
E, sorpresa, è ancora ingombro di neve!!! Proviamo allora a portarci sulla cresta Nord-Est della Tambura, risalendo - non senza fatica - un ripido canalone ingombro di neve primaverile ora dura, ora granulosa e fradicia.
Giunti alla sella tra Monte Roccandagia e Tambura ci si apre davanti la grandiosa visione dello strapiombante versante Sud-Ovest della Tambura.
E ci appare ben chiaro che la cresta Nord-Est per ora non è percorribile se non con mezzi alpinistici.
Allora, con un bel traverso in cordata su neve insidiosa, superiamo le asperità del primo tratto di cresta e la raggiungiamo nuovamente dove essa si mostra praticabile.
La ripida salita ci porta in breve in vetta alla Tambura (1890 m) con visione spettacolare a 360°.
A Nord la vetta imponente del re delle Apuane, il Pisanino; e più oltre il lungo orizzonte dell'alto Appennino Tosco-Emiliano, con tutte le principali vette in fila: vicini sono Prado, Cusna, Nuda del Cerreto e Succiso, più lontani Giovo, Rondinaio, Tre Potenze e Cimone.
A Sud le brevi e precipiti valli della Versilia, a tratti scorticate dalle cave di marmo; più oltre la costa e il mare, che si intuisce tra le nubi.
Un rapido pasto, foto e autoscatto.
Poi scendiamo lungo la cresta Sud-Ovest della Tambura fino al Passo omonimo, e sprofondiamo nella valle sottostante, prima pietrosa e aridissima, poi boscosa e fresca.
Ci lasciamo accanto e di fronte altre cave di marmo bianco e grigio, con gli accecanti sfasciumi dei ravaneti che contrastano con il verde intenso delle faggete.
Dopo l'inutile ricerca dell'eremo di San Viano, completiamo l'anello riportandoci nella conca glaciale di Campocatino.
Una bella bevuta alla fontana - ci voleva, il caldo è già intenso anche se siamo solo ai primi di maggio - accanto alla bella statua di marmo dedicata ai Pastori delle Apuane
E poi via, si torna a Bologna.
L'album di Vasco "Buoni e cattivi" e il suo rock accattivante ci fanno passare il lungo viaggio in un'attimo.

Giovanni Mazzanti

















venerdì 16 maggio 2014

IL VENTO DEL PRADO

Finalmente un'altra grande indigestione di Appennino, sul finire di quest'inverno...
E' stata il 12 marzo 2014, quando con l'amico Mauro Pini ci siamo sciroppati quasi tre ore di macchina salendo da Bologna al Passo delle Radici e scollinando nel versante Garfagnino sino al vicino Casone di Profecchia (1317 m), ex-caserma delle guardie del Ducato di Modena.
Dal Casone, ciaspole ai piedi, abbiamo affrontato la salita al crinale Appenninico, ingombro di neve, avendo come meta il Monte Prado (2054 m).
La giornata era splendida, il cielo terso, senza nuvole. Ma sapevamo già che, oltre alla neve a metri - il gestore del Casone ci aveva parlato di 4 m di neve compatta al Passo di Monte Vecchio - un'altra insidia ci aspettava: il vento.
E così è stato, fin dall'inizio. Fin dalla blanda salita nella grande faggeta sopra il Casone, in bella vista delle alpi Apuane (Pizzo d'Uccello, Pisanino, Cavallo, Tambura), un vento a tratti impetuoso ci ha accompagnato. Ma si è scatenato sul serio quando, dopo una ripida salita con già i ramponi ai piedi sulla neve dura per il gelo notturno, abbiamo rimontato il crinale nei pressi delle Forbici (1818 m).
Da lì in poi è stata davvero tosta.
Ben consapevoli dell'avversario che ci fronteggiava, ci siamo vestiti in un lampo come eschimesi: copertura (anziché curvatura, vedi Star Trek...) nove!!!
Ma sembrava comunque di essere in maniche di camicia.
Il vento contrario soffiava incessante come un gigantesco phon, costringendoci ad aggrapparci con tutte le nostre forze ai bastoncini da trekking per procedere sul filo di cresta, fortunatamente assai agevole da seguire.
Un vento così forte da sbatacchiarci gli indumenti con un rumore assordante, e a volte quasi da sollevarci da terra e farci urtare l'uno contro l'altro. Ci sembrava paradossale fermarci e tornare indietro con una giornata così stupenda, ma abbiamo dovuto davvero tener duro in certi momenti.

Poi poco alla volta, mano a mano che raggiungevamo una dopo l'altra le varie cime che ci separavano dal Prado - Monte Cella (1946 m), Monte Vecchio (1986 m), Anticima del Prado (2024 m) - il vento si è fatto più umano. E dopo una pausa ristoratrice al sole e al riparo dal vento, verso mezzogiorno abbiamo raggiunto l'ampia ed appagante sommità del Monte Prado a quota 2054 m, con il suo incomparabile panorama su tutto il crinale Appenninico dall'Alto Parmense al Corno alle Scale, e soprattutto sul Gigante dell'Alto Reggiano, il Monte Cusna (2120 m).
E abbiamo potuto goderci il panorama e concentrare lo sguardo in particolare sulle gigantesche e spettacolari - quanto insidiose, ahimè, vedi Alpe di Succiso il giorno dopo... - cornici di neve, dello spessore di vari metri.
Dopo un pasto frugale e l'immancabile "selfie" fotografico, siamo tornati sui nostri passi, sotto un sole cocente, che però stentava ad ammorbidire la neve gelata proprio per effetto del vento forte.
Vento che comunque nel pomeriggio si è via via attenuato, fino a ridursi a una lieve brezza quando abbiamo abbandonato il crinale.
Raggiunto il bel rifugio delle Forbici, ci siamo addentrati nella faggeta e abbiamo riguadagnato l'auto.
Erano appena le 15:00, anche perché l'alzata mattutina ci ha consentito di fare le cose con calma e per tempo, a tutto vantaggio della sicurezza.
E di sfruttare appieno il vantaggio di camminare sulla neve dura e compatta, anziché sprofondare nella neve molle e fradicia - che abbiamo trovato solo nell'ultima ora di discesa.
Sono tutte buone pratiche da non dimenticare mai...

Giovanni Mazzanti









UN VIDEO dalla MONTAGNA: Giò e Max. Salicini sul Breithorn Occidentale (4165 m) 28/09/2014

Musica e Montagna: "LIGABUE"Mondovisione Tour - 13/09/2014, Stadio Dall'Ara, Bologna

Quota 2000 in TV!!!! Da è-TG-BOLOGNA del 15 luglio 2010...

VIDEO-TRIBUTO ALL'APPENNINO (by Mauro Penza and the staff of regione Emilia Romagna)